L’ARTE DELLA PAROLA
tra retorica e letteratura, il ruolo dell’Avvocato
Intervento di ANGELO ALESSANDRO SAMMARCO al Convegno del 16 giugno 2026 presso l’Auditorium della Cassa Forense in Roma
Abstract: A partire dalla condanna di Socrate, l’intervento distingue la retorica come pura tecnica di persuasione dalla parola come aletheia, disvelamento della verità. L’autore sostiene che il processo, quando si stacca dalla verità, diventa una “fabbrica delle condanne”: una macchina inquisitoria in cui la decisione precede la prova. Attraverso una vasta galleria di esempi — gli untori di Manzoni e Cordero, le streghe del Malleus, i processi di Mosca, il Josef K. di Kafka, fino alla “gogna mediatica” contemporanea e alla memoria eterna della Rete — mostra come il meccanismo del capro espiatorio (Girard) si ripeta nei secoli. Recuperando l’etimologia di advocatus e del paraclito, rivendica la figura del difensore come colui che sta accanto all’imputato abbandonato, custode della presunzione d’innocenza e dell’in dubio pro reo. La parola dell’avvocato, come quella dello scrittore (Voltaire, Zola, Sciascia, Dostoevskij, Camus, Hugo), è infine una “parola liberatrice”: serve non a sedurre ma a disvelare, non a condannare ma a difendere
Sommario. 1 Esordio: perché Socrate fu condannato? 2 Il processo come destino: il paradosso socratico. 3 La parola che disvela: Àλήθεια. 4 La fabbrica delle condanne. 5 Le streghe, gli eretici, i nemici del popolo. 6 Le nuove streghe: la gogna mediatica. 7 La logica: da Dio al diavolo. 8 L’avvocato: ad-vocatus, παράκλητος. 9 La parola liberatrice